venerdì 24 aprile 2009

Francia, la foresta dei menhir ultimo santuario della preistoria

Francia, la foresta dei menhir ultimo santuario della preistoria
CINZIA DAL MASO
la Repubblica, 14 agosto 2006

Insieme alle pietre sacre trovati strumenti e un insediamento del Neolitico: così capiremo i segreti degli antenati

ROMA — Dovevano costruire dei bungalow ma hanno trovato un menhir. E ora, dopo nove mesi di scavi archeologici, di menhir ne sono venuti alla luce cinquanta. Un nuovo santuario della preistoria europea. In Bretagna, terra di megaliti, a pochi chilometri dai famosissimi allineamenti di menhir di Carnac. E Kerdruelland (questo è il nome del nuovo sito vicino alla cittadina di Belz) diventerà famoso quanto Carnac, o quanto Stonehenge o Newgrange. Gli archeologi ne sono certi e parlano di "miracolo". Perché è un sito intatto, intoccato, giunto a noi così com'era nella preistoria. Mentre i megaliti più famosi dell'Europa occidentale sono stati tutti manomessi nei secoli, anche in quelli più recenti. Carnac, per esempio, ha visto le sue file di menhir aumentare di numero ogni anno fino ai tempi dei Romani, e poi forse anche per opera di qualche "megalitomane" moderno. Neppure Stonehenge sappiamo con certezza come fosse in origine. Il richiamo delle pietre sacre è così forte che ciascuno ha voluto lasciarvi il segno. Ma a Kerdruelland non è accaduto nulla di simile. Non molto dopo che i grandi blocchi di granito furono eretti, verso la metà del terzo millennio a. C, sono stati smantellati. Alcuni gettati a terra e lasciati sul posto, altri trasferiti altrove e rilavorati. Poi, trovandosi in una valle, la terra li ha coperti velocemente e per loro è giunto l'oblio. Solo alcuni di loro sono rimasti in piedi pervenire poi spezzati nel Medioevo per ricavare pietra da costruzione. «Così, per la prima volta in Francia, abbiamo toccato lo stesso suolo del Neolitico, trovando fossati, pozzi, arnesi in selce e ceramiche», racconta Stephan Hinguant, l'archeologo dell'Inrap (l'istituto nazionale francese per l'archeologia preventiva) che ha diretto lo scavo. «E lo scavo non è affatto finito. Il santuario è almeno dieci volte più grande dei 3000 mq scavati finora. Sono certo che troveremo molti altri menhir. Ma soprattutto, potremo individuare le fosse dove ciascun menhir era collocato e capire com' erano disposti, così da studiare la loro funzione basandoci su dati scientifici certi e non, come si è fatto finora, su semplici intuizioni». Insom-ma gli archeologi sperano di poter finalmente fare piazza pulita di tante interpretazioni archeoastronomiche che affascinano i moderni fan dei megaliti ma che hanno in genere labili fondamenti scientifici. Sperano di ricostruire i veri riti antichi e capire il loro significato. Penetrare nella mente dell'uomo neolitico, per noi ancora sconosciuta. E già cominciano ad avanzare ipotesi. Credono che i menhir siano stati abbattuti perché era cambiato il rito e forse anche la società. Bisognava adattare i luoghi di culto a esigenze nuove e quindi i menhir, immagini stilizzate dell'uomo, forse degli antenati, furono preda di una vera e propria furia iconoclasta. «Diversamente non si spiega un abbandono così improvviso e definitivo del sito», dice il presidente dell'Inrap Jean-Paul Demoule. È accaduto anche lì vicino, a Locmariaquer, dove menhir alti fino a 20 metri, eretti nel V millennio, sono stati poi abbattuti e spezzati, e le loro pietre sono state riutilizzate in dolmen, tumuli, centri di cerimonie. Idoli giganti abbattuti: parlano di rivoluzioni che coinvolsero grandi energie, forze, sconvolgimenti di fedi. «Il Neolitico non fu affatto una pacifica età dell'oro, come si tende generalmente a credere — continua Demoule — ma vide continue violenze, rivolgimenti, distruzioni. Con la nascita dell'agricoltura ci fu un forte incremento demografico e dunque maggiore stress, tensioni sociali in comunità che si andavano stratificando, ripetute conquiste di terre da parte di gruppi che cancellavano tutto quel che trovavano in loco. Come a Kerdruelland, vera finestra spalancata sulla realtà della vita dei nostri antenati».