mercoledì 30 dicembre 2009

giovedì 24 dicembre 2009

sabato 19 dicembre 2009

Schema del tumulo di Brug Na Boinne


Schema del tumulo di Brug Na Boinne

Il tumulo di Brug Na Boinne


Il tumulo di Brug Na Boinne

Pianta del tumulo di Brug Na Boinne

Pianta del tumulo di Brug Na Boinne

Menhir di Kernuz - Raffigura Mercurio e un figlio e Esus

Menhir di Kernuz - Raffigura Mercurio e un figlio e Esus

Pietre incise in Scozia - da Crichie - Aberdeenshire

Pietre incise in Scozia - da Crichie - Aberdeenshire

Pietre incise in Scozia - Conosciute come le pietre di Picardy

Pietre incise in Scozia - Conosciute come le pietre di Picardy

mercoledì 16 dicembre 2009

Pietra scolpita a Loch Craoibhe

Pietra scolpita a Loch Craoibhe

Disegno delle pietre di Cean an Bha

Disegno delle pietre di Cean an Bha

disegno di Megaliti a Cnoc Baine e Cnoc Na Seamar

disegno di Megaliti a Cnoc Baine e Cnoc Na Seamar

Caccia alle Stonehenge d'Italia dove è nata l'arte megalitica

Caccia alle Stonehenge d'Italia dove è nata l'arte megalitica
Cinzia Dal Maso
La Repubblica, 21 dic. 2005

La scoperta delle statue stele, 5mila anni di storia. Si moltiplicano i ritrovamenti di santuari con effigi di divinità in forma umana. Occultati dai primi cristiani

ROMA—Era destinata alla discarica, a essere polverizzata. E invece è un capolavoro della nostra preistoria. Una "statua stele", così la chiamano gli archeologi, cioè un masso modellato e inciso dall'uomo dell'età del rame (terzo millennio a. C.) per imitare la forma umana. L'evoluzione del menhir. È stata appena consegnata alla Soprintendenza per i beni archeologici del Trentino da Vittorino Angeli, l'operaio che l'ha salvata dall'oblio. L'ha vista tra i materiali di risulta durante la costruzione dell'ospedale della cittadina di Arco, all'inizio degli anni '90. «Era strana, bella. Non sapevo bene cosa fosse ma l'ho presa e portata a casa, in cantina», racconta. Lì l'ha poi vista il vicesindaco di Arco, Joseph Jorg, che invece conosce bene le statue stele perché dallo stesso cantiere dell'ospedale ne sono spuntate altre 6 (ora in museo a Riva del Garda). Alcune sono alte oltre 2 metri e raffigurano uomini armati con cinturoni, pugnali e asce. Sembrano il ritratto di Oetzi, la mummia trovata tra i ghiacci del Similaun in Alto Adige che risale alla stessa epoca. Armi e vesti sono le stesse. Una stele invece è più piccola, circa 80 centimetri, e rappresenta una donna. Ma quella appena ricomparsa è forse ancor più bella. Abito leggero che lascia intravedere i seni, un pesante mantello sulle spalle. Enormi orecchini a spirale e uno strano copricapo, o forse un'acconciatura molto elaborata. Pochi tratti, essenziali, ma dicono tutto. Non appena l'uomo ha imparato a lavorare il metallo, l'ha usato per incidere la pietra e ha fatto miracoli.
Ma perché tanta fatica, e perché ovunque nelle nostre Alpi? E chi rappresentavano le stele, divinità, antenati mitici o persone realmente vissute? Le ultime scoperte stanno gettando luce sul mistero. Proprio in questi mesi stanno emergendo statue stele un po' ovunque, pare che il 2005 sia l'anno dei megaliti. Sette statue stele in Lunigiana: non si ricorda una scoperta simile da oltre cent'anni. E decine di massi incisi in Valcamonica, dove gli scavi stanno portando alla luce santuari megalitici. Eccezionali Stonehege di casa nostra, altrettanto complesse e spettacolari. Come quella di Ossimo-Pat dove le 8 statue stele scavate quest'anno si aggiungono ad altre già venute alla luce per un totale di 26 megaliti, allineati con orientamento nord-sud e con il sole inciso nella faccia rivolta a est. Un santuario per il culto del sole? Forse. Che poi nell'età del ferro (V1-1V secolo a. C.) si trasformò in altro con l'erezione di tumuli accanto alle stele. Tombe, probabilmente. Mentre è oramai certo che i famosi massi incisi di Cemmo erano al centro di un grande santuario con almeno altre 15 statue stele delimitate da tre solchi d'aratro.
Oramai è certo: anche le statue stele scoperte casualmente in passato (oltre 300 nell'arco alpino) stavano in origine in complessi santuari preistorici. Forse erano un modo di esprimere il potere in un'epoca in cui si delineavano le prime stratificazioni sociali: potere di famiglie intere, dì clan. Come rivela la scoperta di Mulazzo in Lunigiana: 5 donne e 2 uomini trovati assieme sotto una strada durante uno scavo dell'Enel. «Oggi è una via provinciale ma era certo un percorso battuto anche nell'antichità», dice Emanuela Paribeni della Soprintendenza della Toscana. «Le stele segnavano una tappa. Con un ritratto di famiglia». Rimasero lì per millenni ma poi vennero sepolte in una fossa, due addirittura decapitate. Opera forse dei primi cristiani desiderosi di cancellare memoria degli idoli pagani.

lunedì 14 dicembre 2009

Quei segreti in un cerchio di pietre

IL MESSAGGERO, 22 gennIO 2005

Quei segreti in un cerchio di pietre

STONEHENGE. In tanti hanno visto, almeno in fotografia, l’imponente cerchio di gigantesche pietre che sorge nel sud dell’Inghilterra. In moltissimi hanno sentito dire che quei megaliti (il nome tecnico è questo, significa grandi pietre) rappresentano una sorta di calendario astronomico eretto da popolazioni antichissime. Già ma quanto antiche? Qualcuno ha voluto vederci l’opera dei druidi, i misteriosi sacerdoti delle religioni celtiche (qualcun altro ha scomodato, e ti pareva?, persino re Artù), ma si tratta di un patetico falso. Le pietre di Stonehenge e di altre decine di siti si drizzavano imponenti contro il cielo millenni e millenni prima che i druidi o i celti posassero il piede sul suolo inglese. E poi siamo proprio certi che queste costruzioni avessero a che fare con il cielo e con l’astronomia? E soprattutto siamo sicuri sulle date di costruzione?

A tutto questo e ad altro risponde il settimo volume che il Messaggero presenta nella Biblioteca dei misteri, “L’enigma di Stonehenge” (in vendita, come sempre a 4,10 euro ) , scritto da Mike Pitts, uno dei pochi archeologi che abbia lavorato a Stonehenge e in altre costruzioni megalitiche, uno che conosce davvero e a fondo ciò di cui sta parlando e scrivendo.

Il suo racconto parte dai primi studiosi che si occuparono di Stonehenge e arriva ai giorni nostri.
Vediamo così l’età dei megaliti spostarsi verso l’alto, verso addirittura i tempi del neolitico e non dell’età del bronzo, come sostennero i primi ricercatori. Parliamo di un’epoca che va tra i 5000 e 4000 anni fa. Parliamo di giganteschi massi spostati per chilometri e della blue stone, la pietra blu fatta arrivare addirittura dal lontano Galles. Ma come? E soprattutto, perché?
Il libro affronta e risolve tutte queste e altre domande, ma soprattutto dà un’idea completamente diversa dei nostri antenati del neolitico. Gente che, con asce di pietra scheggiata, corna di cervo usate come picconi, strumenti di legno riuscì a costruire cose immense che ancora oggi, dotati di gru e di strumenti sofisticati, facciamo fatica a rimettere a posto come dimostrano recenti episodi avvenuti proprio a Stonehenge (e narrati nel libro).

Ma la parte più affascinante è senz’altro l’ultima.
Lì l’autore affronta il nodo della questione: a che cosa servivano costruzioni come Stonehenge, perché furono erette e cambiate e rifatte nel corso dei millenni? La risposta che vi anticipiamo minimamente per non togliervi il gusto della scoperta riguarda i vivi e i morti, le generazioni degli antenati e quelle dei viventi. Un immenso tempio di pietra circondato da un tempio naturale ancora più vasto per fissare il luogo dove i viventi incontravano i loro antenati. Un tempio, un cimitero, un mausoleo contemporaneamente e qualcosa di più ancora. E prima dei cerchi di pietra ecco quelli fatti con i pali di legno, ancora più antichi. Ed ecco il lavoro malpagato, malfinanziato (tutto il mondo è paese, evidentemente) degli archeologi per salvare dall’oblio e dalla distruzione, ma anche dal turismo di massa una delle testimonianze più potenti del nostro lontanissimo passato. Un passato che era già antico quando in Egitto venivano innalzate le prime piramidi e quando a Babilonia si iniziava a scrivere sulle tavolette.

Un santuario e un tempio che continuarono a svolgere una loro funzione, sebbene di volta in volta diversa da quelle originali, fino ai tempi dei druidi, dei romani e forse degli invasori barbarici. Un esempio di continuità sconvolgente che ci porta da ere lontanissime (almeno per l’uomo) ai tempi storici. Con una interessante coda finale che ci riporta, guarda caso, proprio a re Artù, o a colui che fu creduto tale. Ma anche questa divertente piccola scoperta è meglio lasciarla al lettore.
M.G.

mercoledì 9 dicembre 2009

Cromlech denominato Coeton-Arthure vicono a Newport nel Pembrokshire

Cromlech denominato Coeton-Arthure vicono a Newport nel Pembrokshire

Stonehenge


Stonehenge

Megaliti, gli antichi misteri di pietra dell’isola di Sardegna

La Nuova Sardegna, 30 Gennaio 2006
Megaliti, gli antichi misteri di pietra dell’isola di Sardegna

Parlano e seducono le pietre, in Sardegna. Eterne e immodificabili, rozze o levigate che siano, sono loro che raccontano la civiltà più remota dell’isola. Svelano, soprattutto, il mito e la storia dell’uomo nella sua evoluzione dal Paleolitico superiore a tutto il Neolitico.
Dicono, le pietre, di un originale genius loci che ha fatto grande l’orma di Dio emersa nel cuore del vecchio Mediterraneo. La si chiami civiltà dei nuraghi o delle tombe dei giganti, oppure ancora di San Michele o di Bonu Ighinu, poco importa: importa piuttosto ribadire che «è preferibile che si parli della Sardegna come la terra della civiltà dei sardi e non della Sardegna dei punici o dei romani o degli spagnoli o di quanti altri l’hanno occupata e dominata». È da questa premessa che prende piede Marco Puddu nel suo recente libro «La Sardegna dei megaliti» (Edizioni Iris, 144 pagine, 15 euro). Medico chirurgo di professione, esperto di archeoastronomia per passione, Puddu, originario di Nuoro ma da tempo trapiantato a Thiesi, viaggia tra i monumenti funerari sardi, puntando dritto sulla simbologia che sta dietro ognuno di essi, e indaga sulle possibili relazioni con i popoli affacciati sulle sponde del Mare Nostrum.
Tutto comincia, dunque, con il culto delle pietre, quando nessun altro materiale, né metallo né legno, poteva essere accostato ai massi utilizzati dall’uomo per rendere omaggio alle dinività e celebrare i riti della morte. Così voleva la mistica ebraica e così osservarono gli ingegneri prenuragici e nuragici. Veri e propri professionisti del calcolo matematico, evidentemente, visti i monumenti che hanno lasciato ai posteri. E che nessuno si azzardi a dire (come è stato fatto in passato) - ammonisce Marco Puddu - che questi costruttori di torri sono arrivati nell’isola dalla Grecia. «Perché mai - è l’interrogativo che spiega la tesi - questi fantomatici architetti oriundi non costruirono anche nelle loro terre dei bei nuraghi come fecero da noi in Sardegna?».
Ma a parlare non sono soltanto gli ottomila nuraghi spuntati qua e là, dal Sassarese al Nuorese, dal Sarrabus alla Gallura. Ci sono le oltre tremila domus de janas, ipogeo comune all’intera area del Mediterraneo e del vicino Oriente, tombe legate al culto della luna e a uno sterminato campionario di leggende di fate e di streghe, che riportano indietro le date della preistoria. In Sardegna ci sono, poi, i pozzi sacri, necessari per venerare l’acqua, noti anche ad altre genti.
Basti pensare che in Egitto è stato ritrovato un pozzo del tutto simile a quello di Santa Cristina di Paulilatino, mentre in Bulgaria ce n’è uno identico a Funtana Coberta di Ballao. E ancora: la terra dei sardi è costellata di dolmen, tombe dei giganti e menhirs, spesso chiamati perdas longas. In tutte queste opere che ancora sfidano le intemperie del tempo c’è sempre una simbologia che li unisce tra loro in una visione unica e globale allo stesso modo.
È il megalitismo, fermento diffuso, eppure autoctono perché insito nella natura dell’uomo. Un vero e proprio movimento culturale, che investe l’isola, con tutte le sue raffigurazioni, dalla primordiale Dea Madre alle più tardive corna taurine, dai cerchi e le spirali alle coppelle e ai petroglifi.
Ogni volta, comunque, emerge inequivocabile, accanto al mondo materiale, fatto di pietre, appunto, il mondo spirituale. Quello che Marco Puddu cerca di decifrare.

lunedì 7 dicembre 2009

Cerchio di pietre Hollywood

Cerchio di pietre Hollywood

Cerchio di Piete a Muisire Beag - Irlanda

Cerchio di Piete a Muisire Beag - Irlanda

Ritrovato un menhir perfettamente conservato poco distante da Sa Corona Arrubia

II parco megalitico svela un nuovo tesoro. Ritrovato un menhir perfettamente conservato poco distante da Sa Corona Arrubia
Tigellio Sebis
Nuova Sardegna, 26 febbraio 2006

Marmilla sempre più scrigno prezioso di testimonianze storico-archeologiche che infrangendo le barriere del tempo ci arrivano direttamente dall'alba della civiltà. Da quel tempo profondo di quando, mentre gran parte del continente europeo era ancora avvolto nelle nebbie della barbarie, gli abitatori dell'isola già si apprestavano a compiere quel poderoso salto che avrebbe segnato il passaggio dalla preistoria alla storia lasciando tracce del loro passato. Giusto come il monolite, la statua menhir, rinvenuta nei giorni scorsi sul ciglio del dirupo della Giara di Siddi ai cui piedi sorge il villaggio nuragico de «Sa Corona Arrubia», formato in parte da ripari sotto roccia.
n rinvenimento dello stupendo monolite è avvenuto lungo quel trattura che ancora oggi viene chiamato «Sa bia de is perdas prantadas», la via delle pietre fitte, che anticamente collegava il centro di Lunamatrona a Collinas, passando laddove oggi sorge il Museo del Territorio, prima di inerpicarsi lungo i crinali che portano a «Su pranu de Siddi» dominato dalla maestosa tomba dei giganti «Sa domu de s'orcu». Uno dei tanti menhir che con tutta probabilità andava a costituire un allineamento esteso per alcuni chilometri tanto che la zona era ed è considerata alla stregua di luogo sacro per eccellenza. Un luogo sul quale ancora oggi grava un alone di mistero e mito che ha dato la stura alla fantasia popolare e nelle cui vicinanze si ergono maestosi ben sette nuraghi, «Pranu Casti», «Monte Concali» e lo stesso «Sa Corona Arrubia», tanto per citarne alcuni. A giustificare una tale concentrazione di monumenti è la posizione facilmente difendibile del sito da cui si potevano controllare le colline sottostanti e la pianura che si estende fino al golfo di Oristano, a lambire quel mare che evidentemente non era ancora considerato solo ed esclusivamente come un nemico. Nemico vero lo diventerà solo in seguito, quando diventerà la via da cui arriveranno i dominatori che si sono succeduti nei secoli. Ad aver favorito il ritrovamento sono stati i lavori che preludono all'oasi naturalistico-faunistica che sorgerà nelle adiacenze del Museo del Territorio. Si tratta di un menhir ani-conico, alto un metro e settanta centimetri circa, alla cui sommità è però leggibile una sorta di coppella che si distacca nettamente dal blocco di basalto. Un ritrovamento che in un certo senso induce ad una rilettura, anche geografica, degli "allineamenti" delle statue menhir che per quanto si riferisce alla Marmilla e al confinante Sarcidano si riteneva fossero concentrati nelle non lontane Villa Sant'Antonio e Laconi; altro fatto di estremo interesse è che parte del villaggio di «Sa Corona Arrubia», quella relativa ai ripari sotto roccia, è interessata da un corpo franoso per cui al loro interno potrebbero essere ancora presenti dei reperti risalenti alla cultura di Ozieri e precedenti.
Insomma, la Marmilla non finisce di stupire regalando alla comunità scientifica, e non solo a questa, continue sorprese che vanno ad aggiungersi alla enorme messe di testimonianze megalitiche già conosciute e mappate. Una concentrazione tale che solo nel quadrilatero formato dai comuni di Villanovaforru, Collinas, Lunamatrona e Siddi sono presenti bene 36 monumenti. Quanto basta perché in quei luoghi sia costituito un Parco Megalitico. Perfettamente in linea, quindi, con le linee programmatiche delle Regione sul fronte dei distretti territoriali. Un parco che trova ragione d'essere giusto perché ristretti in un fazzoletto di pochi chilometri si va dalle cave e stazioni di lavorazione dell'ossidiana del monte Arci alla reggia nuragica di Barumini passando per tutta la serie di emergenze storiche del centro Marmilla: summa monumentale dell'epopea che LE genti dell'isola di Sardegna.

Gli allineamenti di Carnac

Gli allineamenti di Carnac

domenica 6 dicembre 2009

venerdì 4 dicembre 2009

martedì 1 dicembre 2009

venerdì 20 novembre 2009

mercoledì 11 novembre 2009

Dolmen di Keriaval

Dolmen di Keriaval

Dolmen a Lockmariaquer

Dolmen a Lockmariaquer

dolmen a Rocknia - Algeria

dolmen a Rocknia - Algeria

Megalite denominato Heel Stone o Sun Stone

Megalite denominato Heel Stone o Sun Stone

Ipotetica pianta di Stonehenge

Ipotetica pianta di Stonehenge

Mappa del Tempio di Gigantia a Malta

Mappa del Tempio di Gigantia a Malta

panoramica dell allineamento di Menec vicino a Carnac


panoramica dell allineamento di Menec vicino a Carnac

Quadro raffiguante la campagna intorno a Stonehenge


Quadro raffiguante la campagna intorno a Stonehenge

allineamento di menir nelle vicinanze di Carnac

allineamento di menir nellevicinanze di Carnac

allineamento di menir a Kermario

allineamento di menir a Kermario

Dolmen des Marchands - Locmariaquer

Dolmen des Marchands - Locmariaquer

Dolmen a Haga - Isole Orust - Svezia

Dolmen a Haga - Isole Orust - Svezia

disegno di un dolmen - Evora - Portogallo

disegno di un dolmen - Evora - Portogallo

Cerchio di pietre nelle vicinanze di Skottened - Svezia

Cerchio di pietre nelle vicinanze di Skottened - Svezia

Malta - Hal Saflieni - struttura interna


Malta - Hal Saflieni - struttura interna

Tana del Diavolo - vicino Avebury - Wiltshire

Tana del Diavolo - vicino Avebury - Wiltshire

venerdì 6 novembre 2009

allineamento megalitico a Kerlescant


allineamento megalitico a Kerlescant

Stonehenge comasca, 5Omila ero

Stonehenge comasca, 5Omila ero
La Provincia di Como 05/11/2009

La «Stonehenge comasca» non sarà riseppellita subito dopo essere stata portata alla luce. La Sovrintendenza ha chiesto una serie di interventi per valorizzare i ritrovamenti fatti nella piana della Val Grande tra Montano Lucino e San Fermo della Battaglia, Infastrutture lombarde ha risposto con un finanziamento di 5Omila euro. «Premesso che dopo il ritrovamento dei reperti archeologici abbiamo speso 933mi1a euro più altri 874mila euro per deviare il torrente che passava dalla Vai Grande, dire a questo milione e 8O7mila euro ne aggiungiamo altri 50mila. L'unica cosa, abbiamo chiesto alla Sovrintendenza di darci dei tempi, in maniera da finire tutto il primo possibile sia le analisi dei reperti sia il camminamento in legno per andarli a vedere sia le altre modifiche».

mercoledì 4 novembre 2009