lunedì 14 dicembre 2009

Quei segreti in un cerchio di pietre

IL MESSAGGERO, 22 gennIO 2005

Quei segreti in un cerchio di pietre

STONEHENGE. In tanti hanno visto, almeno in fotografia, l’imponente cerchio di gigantesche pietre che sorge nel sud dell’Inghilterra. In moltissimi hanno sentito dire che quei megaliti (il nome tecnico è questo, significa grandi pietre) rappresentano una sorta di calendario astronomico eretto da popolazioni antichissime. Già ma quanto antiche? Qualcuno ha voluto vederci l’opera dei druidi, i misteriosi sacerdoti delle religioni celtiche (qualcun altro ha scomodato, e ti pareva?, persino re Artù), ma si tratta di un patetico falso. Le pietre di Stonehenge e di altre decine di siti si drizzavano imponenti contro il cielo millenni e millenni prima che i druidi o i celti posassero il piede sul suolo inglese. E poi siamo proprio certi che queste costruzioni avessero a che fare con il cielo e con l’astronomia? E soprattutto siamo sicuri sulle date di costruzione?

A tutto questo e ad altro risponde il settimo volume che il Messaggero presenta nella Biblioteca dei misteri, “L’enigma di Stonehenge” (in vendita, come sempre a 4,10 euro ) , scritto da Mike Pitts, uno dei pochi archeologi che abbia lavorato a Stonehenge e in altre costruzioni megalitiche, uno che conosce davvero e a fondo ciò di cui sta parlando e scrivendo.

Il suo racconto parte dai primi studiosi che si occuparono di Stonehenge e arriva ai giorni nostri.
Vediamo così l’età dei megaliti spostarsi verso l’alto, verso addirittura i tempi del neolitico e non dell’età del bronzo, come sostennero i primi ricercatori. Parliamo di un’epoca che va tra i 5000 e 4000 anni fa. Parliamo di giganteschi massi spostati per chilometri e della blue stone, la pietra blu fatta arrivare addirittura dal lontano Galles. Ma come? E soprattutto, perché?
Il libro affronta e risolve tutte queste e altre domande, ma soprattutto dà un’idea completamente diversa dei nostri antenati del neolitico. Gente che, con asce di pietra scheggiata, corna di cervo usate come picconi, strumenti di legno riuscì a costruire cose immense che ancora oggi, dotati di gru e di strumenti sofisticati, facciamo fatica a rimettere a posto come dimostrano recenti episodi avvenuti proprio a Stonehenge (e narrati nel libro).

Ma la parte più affascinante è senz’altro l’ultima.
Lì l’autore affronta il nodo della questione: a che cosa servivano costruzioni come Stonehenge, perché furono erette e cambiate e rifatte nel corso dei millenni? La risposta che vi anticipiamo minimamente per non togliervi il gusto della scoperta riguarda i vivi e i morti, le generazioni degli antenati e quelle dei viventi. Un immenso tempio di pietra circondato da un tempio naturale ancora più vasto per fissare il luogo dove i viventi incontravano i loro antenati. Un tempio, un cimitero, un mausoleo contemporaneamente e qualcosa di più ancora. E prima dei cerchi di pietra ecco quelli fatti con i pali di legno, ancora più antichi. Ed ecco il lavoro malpagato, malfinanziato (tutto il mondo è paese, evidentemente) degli archeologi per salvare dall’oblio e dalla distruzione, ma anche dal turismo di massa una delle testimonianze più potenti del nostro lontanissimo passato. Un passato che era già antico quando in Egitto venivano innalzate le prime piramidi e quando a Babilonia si iniziava a scrivere sulle tavolette.

Un santuario e un tempio che continuarono a svolgere una loro funzione, sebbene di volta in volta diversa da quelle originali, fino ai tempi dei druidi, dei romani e forse degli invasori barbarici. Un esempio di continuità sconvolgente che ci porta da ere lontanissime (almeno per l’uomo) ai tempi storici. Con una interessante coda finale che ci riporta, guarda caso, proprio a re Artù, o a colui che fu creduto tale. Ma anche questa divertente piccola scoperta è meglio lasciarla al lettore.
M.G.

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